guide turistiche della cittą di Agrigento, Visite guidate
nella Valle dei Templi
Valle dei Templi Agrigento

Il Tempio di Giove Olimpio
Questo immenso edificio sacro, uno dei più grandi in assoluto dell’antichità, presenta numerose singolarità rispetto ai canoni costruttivi dei greci: periptero eptastilo, con una superficie complessiva di poco meno di 6500 mq., era diviso all’esterno da mezze colonne con un diametro di ben 4,50 m aggettanti da una parete piena intercolonnare. Costruito nel periodo più splendido della storia di Akragas, questo immenso tempio, alto più di trenta metri, presentava una soluzione del tutto nuova dal punto di vista architettonico: i telamoni, colossali figure umane, elementi decorativi e partecipi assieme alle colonne della funzione portante. Uno di essi fu ricomposto intorno alla metà dell’Ottocento da un archeologo agrigentino. Il calco, l’originale è esposto nel museo archeologico, è steso al suolo nello spazio della cella. Gli akragantini avevano quasi portato a termine la costruzione del colossale edificio, quando la città venne presa dai Cartaginesi, i quali lo saccheggiarono e ne devastarono l’interno, senza riuscire però a demolirlo. Il tempio rimase in piedi sino al medioevo quando, a poco a poco, rovinò completamente
Il Tempio di Ercole
Forse il più antico dei templi akragantini, fine VI sec. a.C. come testimoniano alcuni caratteri arcaici della costruzione, era il più celebre della città. Periptero esastilo, aveva una superficie pari a circa 2000 mq. Dell’antica costruzione, posta in posizione spettacolare sopra la Porta Aurea, rimangono purtroppo solo otto colonne, di cui quattro con i relativi stupendi capitelli, nonché il basamento e gli avanzi dell’altare.
Il Tempio della Concordia
Nel Tempio della Concordia scrive Pietro Griffo, uno dei massimi studiosi di Akragas l’architettura dorica della metà del V secolo a.C. si presenta in tutta la gamma di raffinate sottigliezze che ne caratterizzano lo stile. L’intero edificio, solo che lo si guardi da posizione idonea, offre anche a occhio nudo nel basamento, nelle colonne, nella trabeazione- curvature e rastremazioni quali sono note da altri templi greci ma che qui raggiunsero, forse, estremi di applicazioni tali da farne un capolavoro assoluto di forme euritmiche, di squisite armonie, impossibili ad esprimersi con le parole”. Il suo nome è del tutto convenzionale, essendogli stato assegnato poiché vi fu rinvenuta un’iscrizione romana che, tuttavia, con il tempio stesso non ha alcun rapporto. L’ottimo stato di conservazione è dovuto a un fortunato episodio: contrariamente agli altri templi pagani che la superstizione e l’ignoranza dei cristiani vollero demolire, esso fu convertito in chiesa. Nel 1788 l’edificio è stato restituito alla sua antica, ineguagliata forma.
Il Tempio di Giunone Lacinia
L'attribuzione del tempio a Giunone è un errore della tradizione letteraria, per un equivoco con il tempio di Hera sul promontorio Lacinio a Crotone. E' un tempio dorico (m 38,15 x 19,60) con una perìstasi di 6 x 13 colonne databile intorno al 450 - 440 a.C. Le colonne poggiano su Krepidoma di quattro gradini. Ha pronao e opistodomo in antis; tra la cella e il pronao si apre la porta, fiancheggiata da due piloni con all'interno scale per l'accesso ai tetti. Ancora si conservano tracce dell'incendio del 406 a.C. A est sono i resti dell'altare monumentale. Fu restaurato in epoca romana quando si sostituirono le tegole di marmo con quelle fittili e si aggiunse il piano inclinato sul lato orientale.
Museo Archeologico
Edificato nel 1960, il museo è attaccato all’antico complesso conventuale cistercense di San Nicola: vi si accede dal grazioso chiostro, adattato ad atrio, lungo un muro nel quale è posto un lungo sedile di pietra calcarea rinvenuto durante gli scavi nell’area dell’agorà. Nel museo sono raccolti reperti relativi ad Akragas e al suo territorio ordinati secondo due specifici itinerari: il primo relativo alla città antica vera e propria e al territorio extraurbano; il secondo provenienti dall’intero territorio di pertinenza di Akragas, oggi suddiviso fra le province di Agrigento e Caltanissetta. Gli itinerari e la planimetria del museo sono illustrati all’ingresso. Diciotto le sale in cui sono esposti i reperti, divisi per argomento secondo moderni e precisi criteri, dalla scultura all’architettura, dalle collezioni vascolari alle necropoli. Nell’ambito dei reperti relativi al periodo precedente alla colonizzazione ellenica, spiccano il calco di una patera con figure animali a rilievo, e un vaso sacrificale (dinos) su cui è raffigurata la triskeles, ossia l’antico simbolo della Sicilia. Tra gli oggetti relativi al periodo greco, hanno particolare valore la collezione di vasi attici a figure rosse e nere e naturalmente, per la sua possanza straordinaria, il grande telamone del tempio di Zeus. Inoltre il bellissimo Efebo di Agrigento, una statua marmorea del V secolo a.C.. Per quanto riguarda , infine, i siti archeologici della provincia, spicca il cratere di Gela in cui sono raffigurati una centauromachia e combattimenti fra Greci e Amazzoni.
Agrigento il centro storico

Abbazia di Santo Spirito
Costruito nel 1260, il complesso tra i più belli della Sicilia, è costituito dalla chiesa e dall’adiacente monastero cistercense. La chiesa è caratterizzata, all’esterno, da un magnifico portale di stile chiaramontano sormontato da un rosone, in un contesto barocco più recente. All’interno, settecentesco, si possono ammirare numerosi stucchi serpottiani, un’acquasantiera del 500, una Madonna del Gagini ed un magnifico soffitto ligneo a cassettoni. L’adiacente monastero, o Badia Grande, risalente al 1290, è impreziosito dal magnifico chiostro quadrangolare, uno dei più antichi e meglio conservati sella Sicilia, nel quale spiccano vari portali gotici. All’interno del monastero sono conservati alcuni affreschi risalenti ai secoli XVI e XIX.
Chiesa di San Lorenzo e Ipogei
Denominata anche “del Purgatorio, la chiesa fu costruita nel XVII secolo nel sito di una più antica, omonima costruzione sacra. Elegante il prospetto rinascimentale-barocco. L’interno, a un’unica navata, è impreziosito da otto statue femminili di Giuseppe e Giacomo Serpotta, raffiguranti le Virtù. A sinistra della chiesa, sotto un leone di pietra, si apre il principale degli ingressi agli antichi ipogei: una perfetta rete di acquedotti sotterranei che alimentavano di acqua potabile Akragas, realizzati probabilmente nel V secolo a.C.
Chiesa di San Domenico
Sulla piazza Pirandello si trova il bel complesso costituito dalla Chiesa di San Domenico e dall’adiacente ex convento dei Padri Domenicani. La chiesa, un elegante costruzione del XVII secolo, presenta una facciata rinascimentale barocca a due ordini, affiancata da un campanile. Il prospetto è completato da un ordine di lesene che racchiudono le nicchie laterali e da un’ampia finestra centrale. Nell’elegante, contiguo edificio dell’ex convento, sede del Municipio, è ricavato il teatro Luigi Pirandello, opera di G.B. Basile, oggi finalmente restaurato e restituito, dopo un lunghissimo periodo, agli antichi splendori.
La Chiesa dell’Addolorata
In fondo alla via Garibaldi si trova la Chiesa dell’Addolorata, gioiello dell’arte Barocca, impreziosito da una bella statua lignea della Madonna. Il tempio cristiano è ubicato nell’antico quartiere Rabato. Sotto la chiesa, eretta su roccia tufacea, si possono visitare le stupende grotte, previo appuntamento telefonico con la confraternita, al cui interno è esposto un plastico riproducente uno scorcio di quartiere cittadino dell’800 realizzato dall’artista agrigentino Roberto Vanadia.
La Cattedrale
Fondata verso la fine dell’XI secolo dal vescovo agrigentino Gerlando, il tempio, di stile normanno-gotico, venne più volte ingrandito e rimaneggiato a partire dal XIV secolo e sino al XVII secolo, conservando dell’originario impianto solamente le magnifiche monofore, ancora visibili sul fianco destro. Presenta una facciata a cui si accede per mezzo di un’ampia e morbida scalinata, fiancheggiata dal magnifico campanile incompiuto del XV secolo, abbellito da due ordini di monofore cieche gotiche-catalane e da una finestra con balcone sormontata da un bellissimo arco ogivale riccamente ornato. L’interno, a croce latina, è caratterizzato da tre navate divise da arcate ogivali poggianti su pilastri ottagonali e sormontate da uno splendido soffitto ligneo riccamente dipinto. Ricchi stucchi e affreschi danno un carattere di sontuosità all’insieme. Nell’ala destra del transetto si apre la piccola cappella di san Gerlando, sormontata da un portale gotico finemente modellato e nella quale è conservata l’arca, un reliquiario del 1639; nella navata di sinistra, segnaliamo la cappella De Marinis; nell’abside di destra un gruppo marmoreo di Madonna con Bambino del 1495. di notevolissima importanza il tesoro della cattedrale, particolarmente ricco di opere d’arte di alto valore storico ed artistico e nel quale spicca il celebre sarcofago di Fedra, elegantissima opera marmorea romana degli inizi del III secolo d.C. ispirata allo stile greco del V secolo a.C., attualmente conservato nella chiesa di San Nicola.
Santa Maria dei Greci
Attraverso la via di Santa Maria dei Greci si accede alla omonima chiesetta, nel più antico quartiere della città medievale. Costruita nel XII secolo, essa poggia le sue fondamenta sul basamento di un tempio dorico del v secolo a.C. che alcuni ritengono essere quello di Athena, sull’acropoli di Akragas. Preceduta da un piccolo ed elegante cortile, la chiesa presenta una raffinata facciata ingentilita da un portale duecentesco arabo-normanno e da belle finestre e monofore. L’interno è a tre navate con un bel soffitto che ricorda quello della cattedrale ed è arricchito da alcune tracce di affreschi trecenteschi. Dalla navata di sinistra è possibile, attraverso uno stretto corridoio, accedere al basamento nord del tempio dorico, del quale sono visibili alcuni tamburi di colonne
Provincia di Agrigento guide turistiche
Pirandello, Camilleri e la Scala dei Turchi
Da Agrigento verso Ovest. Visita della suggestiva Scala dei Turchi che si tuffa nel mare nei pressi di Realmonte. Il tutto mentre si attraversano i luoghi di Camilleri e Pirandello. Un tuffo letterario nei luoghi reali che avete immaginato leggendo i romanzi dei due grandi scrittori nati in questa terra. Visita del Caos e della Casa natale di Pirandello, Porto Empedocle, il porto, la Torre di Carlo V.<br>_________________________<br> La Scala dei Turchi è una parete rocciosa di tipo scoglifero che si erge a picco sul mare lungo la costa di Realmonte, vicino a Porto Empedocle, in provincia di Agrigento. Essa è diventata un'attrazione turistica sia per la singolarità della scogliera, di colore bianco e dalle peculiari forme, sia a seguito della popolarità acquisita dai romanzi di Montalbano scritti da Andrea Camilleri, in cui tali luoghi vengono citati (vicino è l'immaginario paese del commissario, Vigata). La Scala è costituita di marna, una roccia sedimentaria di natura calcarea e argillosa, avente un caratteristico color bianco puro. Tale scogliera dal singolare aspetto si erge in mezzo tra due spiagge di sabbia fine, e per accedervi bisogna procedere lungo il litorale e inerpicarsi in una salita somigliante ad una grande scalinata naturale di pietra calcarea. Una volta raggiunta la sommità della scogliera, il paesaggio visibile abbraccia la costa agrigentina fino a Capo Russello, altro luogo legato alle gesta di Montalbano. La Scala dei Turchi presenta una forma ondulante e irregolare, con linee non aspre ma bensì dolci e rotondeggianti. Il nome viene dalle passate incursioni di pirateria da parte dei Saraceni, genti arabe e, per convenzione, turche. I sgravi turchi, infatti, trovavano riparo in questa zona meno battuta dai venti e rappresentante un sicuro approdo. Nell'agosto del 2007 è stata presentata all'UNESCO, da parte del Comune di Realmonte, una richiesta ufficiale affinché questo sito geologico, insieme alla Villa Aurea (di epoca romana), sia inserito nell'elenco dei Patrimoni dell'Umanità dell'organizzazione dell'ONU, poiché l'area possiede 3 requisiti necessari per una tale valorizzazione
Eraclea Minoa e Sciacca
Verso Ovest a circa 60 Km si tyova la ridente città di Sciacca famosa stazione termale oltre che marinara. VISITA della città, del Porto e delle Terme. Sulla via del ritorno, VISITA di Eraclea Minoa magica e affascinante città dalle antiche origini posta alla foce del fiume Platani al centro di uno scenario mozzafiato. Visita del teatro antico e dell'antiquarium e ritorno in hotel
Parco Archeologico di Agrigento
Il termine Valle dei Templi, fino a tempi recenti riferito all'area della città antica, si estende oggi al territorio circostante interessato dalle necropoli e dai santuari fuori le mura di fortificazione, attraversato dai fiumi Akragas ed Hypsas, fino al mare di San Leone. In essa le valenze ambientali fortemente caratterizzate dall'intervento umano si fondono con i monumenti archeologici, ora solenni come i templi, ora discreti e suggestivi come le necropoli e i complessi ipogeici. La gran parte della città classica e romana è ancora nascosta sotto la distesa di mandorli ed ulivi secolari. E da quella riserva segreta emergono ancora nuove testimonianze della sua vita. Il Parco, attraversato oggi dalla viabilità pubblica di collegamento tra la città moderna e il mare, si articola in diverse aree, ora contigue come nel caso delle aree sulla collina che comprendono, nel settore orientale, i templi di vasta area monumentale caratterizzata dalla presenza del santuario ctonio e del Tempio di Demetra, sul quale in età normanna venne edificata la chiesa, tuttora esistente, di San Biagio. Nella zona persistono ampi, monumentali resti delle fortificazioni di età greca e dei caseggiati rurali che ospitano attività di carattere culturale del Parco. Altra area monumentale del parco, a nord della collina ed a questa collegata attraverso la viabilità antica, di recente portata alla luce, è il Quartiere Ellenistico-Romano e il poggio San Nicola, sul quale sorge il Museo Archeologico, il complesso degli edifici pubbblici della città antica, tra i quali emergono l'Ekklesiasterion, il Bouleterion, l'Oratorio di Falaride e, al centro di un portico, un tempio romano recentemente portato alla luce. le necropoli formano degli ampi sistemi nelle aree esterne alla cinta muraria e si sviluppano soprattutto nella piana a sud della collina e ad occidente di essa.
La Terra dei Sicani
Verso Nord - escursione a carattere naturalistico e storico. La zona compresa fra i comuni di Sant'Angelo Muxaro, Casteltermini, Cammarata fu il luogo prediletto dai Sicani, mitica popolazione che abitava la Sicilia da tempi remotissimi (l'isola è chiamata Sicania da Omero). Narra Erodoto, che Minosse, il celebre re cretese, si recò sull'isola per uccidere Dedalo il quale gli aveva arrecato due imperdonabili oltraggi. Dedalo era stato accolto nella casa di Cocalo, re di Camico, nel territorio di Agrigento, ove peraltro Minosse lo aveva trovato. Ma Cocalo diede ordine alle sue figlie di uccidere il re e queste lo fecero preparandogli il bagno e sommergendolo nell'acqua bollente.
Racalmuto e Leonardo Sciascia
Racalmuto m. 445 slm, centro agricolo e minerario. Il nome è di certa derivazione araba (rahalmut: villaggio morto). Paese natale dello scrittore e saggista <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Leonardo_Sciascia">Leonardo Sciascia.</a> Il borgo feudale andò formandosi intorno al castello, costruto da Federico chiaramonte (Sec. XIV). Visita alla chiesa madre dedicata all'Annunziata (Sec. XVII). Visita del Castello Chiaramontano. Visita del Teatro comunale Regina Margherita, della chiesa della Madonna del Monte dalla quale si raggiunge l'edificio della vecchia centrale elettrica, trasformato nella Fondazione Sciascia. Una grande fabbrica ceduta dall'Enel al Comune quando lo scrittore era ancora in vita. Ritorno in città
Palma di Montechiaro
Torre Salsa
Il Tempio Dei Dioscuri , la Kolimbetra e Vulcano
Nell’ampia area sacra circostante il Tempio di Giove, ove insistono numerosi santuari, tracce di altri templi e la stessa agorà, svettano elegantissime le quattro colonne residue del piccolo edificio realizzato nel V secolo a.C. (rialzate nel 1836). Era il più piccolo tempio della collina sacra, ma, per forme, numero e disposizione delle colonne non si differenziava dagli altri più grandi. Dopo la vittoriosa battaglia di Imera (480 a.C.), il tiranno Terone adibì i prigionieri cartaginesi alla realizzazione di una quantità di opere pubbliche, dai templi alla rete idrica e, tra le altre cose, nel luogo in cui sboccavano le gallerie drenanti per l’approvvigionamento delle acque, fece scavare “una grande vasca, detta Kolymbetra, del perimetro di sette stadi, profonda venti braccia; condottevi le acque delle fonti e dei ruscelli, ne venne vivaio di pesci per i banchetti e la allietavano cigni e altri volatili. Ben presto la piccola valle incisa tra pareti di calcarenite, posta tra il tempio dei Dioscuri ed il tempio di Vulcano, non fu utilizzata come vasca o piscina, ma interratasi, divenne proprio per l’abbondanza delle acque, un orto e un frutteto tra i più fertili della Valle dei Templi. Oggi grazie all’impegno del FAI, il Fondo per l’Ambiente Italiano al quale è stato affidato nel 1999 e al sostegno economico di alcuni sponsor, il giardino della Kolymbetra è tornato a nuova vita. Un luogo altamente suggestivo in cui storia e natura si intrecciano saldamente , dando vita a un percorso che è fonte di grande emozione per tutti i visitatori. Un sentiero si dipana tra aranci e limoni, gelsi e carrubi, mandorli e salici, tamerici e ginestre consentendo di visitare agevolmente il grande giardino che riassume in se l’aspetto naturale della Valle, così come era in origine.
Il Tempio di Asclepio e la Tomba di Terone
Il Tempio di Asclepio, del V secolo a.C., si differenzia dagli altri sia per l’insolita ubicazione fuori dalle mura, sia per la forma,sia, ancora, per le contenute dimensioni.
Poggio San Nicola e Quartiere Ellenistico Romano
Questa ricchissima zona archeologica si trova al centro del pianoro su cui sorgeva la città. L’Oratorio di Falaride, la cui denominazione trae origine dalla tradizione secondo la quale in quel sito era ubicato il palazzo del primo tiranno akragantino, è un elegante edificio risalente al I secolo a.C., parzialmente sovrapposto all’ekklesiasterion, fortemente rimaneggiato dai Goti. Questo era il luogo di assemblea dei cittadini di cui, oggi, rimangono solamente le gradinate. Nella stessa area, recentemente, è stato scoperto anche il bouleuterion. Immediatamente ad est di questo straordinario insieme archeologico è ubicato il quartiere ellenistico-romano, un’area di oltre 10.000 mq., sulla quale si estende il magnifico complesso urbano, parte della città, i cui resti, sovrapposti, sono databili tra il V ed il IV secolo a.C. Questo spaccato della città offre al visitatore la possibilità di constatare la perfezione del sistema stradale ippodameo, le grandi insulae ed i resti delle magnifiche costruzioni. L’abitazione più interessante è la “Casa del Peristilio” che conserva numerosi pavimenti musivi. Numerosi altri sono i siti archeologici agrigentini che meritano una visita: ci limiteremo a segnalarne alcuni. Nei pressi del cimitero, le rovine del Tempio di Demetra e Kore, sulle quali, in epoca normanna, è stata edificata la chiesa di San Biagio; il santuario rupestre di Demetra di forme greche arcaiche e presumibilmente adibito a culto indigeno pre-greco; i resti della porta I e delle fortificazioni greche. Lungo tutta la metà orientale della collina dei templi, la necropoli cristiano-bizantina e numerose tracce della rete viaria che collegava i templi all’agorà.
storia Agrigento guide turistiche
Fondata da coloni di Gela insieme ai Rodi - VI Sec. a.C.
Tucidide, storico ateniese che scrive nella seconda metà del V sec. a.C., ci informa (Storie Vi, 4, 4 ) che «circa cento otto anni dopo la fondazione della loro città i Geloi fondarono <b>Akragas</b>, denominando la città dal fiume; furono scelti come ecisti Aristonoo e Pistilo e alla colonia vennero date le istituzioni che erano proprie di Gela. La presenza di due ecisti può spiegarsi con il fatto che uno di essi fosse originario di Gela (colonia rodio-cretese) e l’altro venuto direttamente da <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Rodi">Rodi.</a> Questa duplicità di componenti etniche è sostanzialmente confermata dalle fonti che, accanto alla versione di Tucidide, tramandano quella di un altro storico greco, Timeo (circa 356-260 a.C.), secondo cui i coloni rodi fondatori di Akragas provenivano direttamente da Rodi, e tra essi gli Emmenidi, antenati di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Terone">Terone.</a><br> <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Polibio">Polibio,</a> vissuto nel II sec. a.C, attribuisce alla città una fondazione decisamente rodia (Storie IX, 27, 7) e attesta in Agrigento il culto di Zeus Atabyrios (dal nome del monte rodio, sede del tempio di Zeus). Si può dunque pensare che nella fondazione di Akragas concorrano due interessi precisi, legati ad altrettante componenti etniche, l’una geloa, mirante all’espansione del territorio d’influenza di Gela (peraltro chiuso, a est, dalla fondazione siracusana di Camarina), l’altra direttamente rodia, preoccupata di assicurarsi appoggi lungo la costa meridionale della Sicilia in direzione dei mercati occidentali.<br> A illuminare in qualche misura la complessa situazione della fondazione di Agrigento concorrono gli scavi condotti negli anni Quaranta dall’allora soprintendente Pietro Griffo nella necropoli scoperta sulla modesta altura di <b>Montelusa</b>, alla foce del fiume Akragas, i cui materiali (ceramica mesocorinzia e piatti rodi), alla luce delle più recenti interpretazioni, testimoniano un insediamento portuale che negli anni 582-575 a.C. si era attestato sul litorale akragantino a controllo degli interessi rodi lungo la costa mediterranea, contemporaneo alla città già presente sulla collina, come documentano alcune sepolture arcaiche (VI sec. a.C.) della necropoli <b>Pezzino</b>, nei pressi della stessa cinta urbana di Agrigento. In questo senso si può spiegare la diretta collaborazione rodia al processo espansionistico di Gela lungo la costa nella sua “marcia” verso occidente, attraverso le tappe di Eknomos (Licata) e Daidalon (Palma Montechiaro), e sfociato nella fondazione di Akragas.<br> Il luogo, come si evince anche da un noto passo di Polibio (lX, 27, 1-9), si presentava ideale per una città: una piattaforma calcarenitica digradante da nord a sud in direzione del mare, abbracciata dal corso di due fiumi (l’Akragas e l’Hypsas) confluenti a meridione, delimitata da alti costoni rocciosi che la profilano e la evidenziano nel territorio circostante, formato, questo, da ampi declivi e da una piana verso la costa, con notevole disponibilità, anche all’interno, di spazi per l’agricoltura. Più difficile è delineare un quadro della situazione urbanistica e monumentale della nuova colonia greca nella prima metà del VI sec. a.C., vale a dire nei decenni successivi alla fondazione e nel periodo della tirannide di Falaride (circa 570 – 554 a.C.).<br> La tradizione letteraria ricorda sull’Acropoli la costruzione di un tempio di Zeus Polieus (protettore della città) intorno a cui Falaride avrebbe fatto costruire un muro per impedire i continui furti di materiali edilizi dal cantiere, come racconta Polieno (V, 1, 1), ma di cui non si è trovata traccia. Lo storico Polibio, nel passo citato, indica sull’Acropoli, localizzata a oriente, l’esistenza dei templi di Athena e di Zeus Atabyrios, culto quest’ultimo di origine rodia, e ciò confermerebbe la presenza di una componente di coloni sopraggiunta direttamente dall’isola egea a rafforzare le caratteristiche culturali ed etniche rodie, cui si collega la stessa tradizione dell’origine della famiglia degli Emmenidi. Il paesaggio urbano della Akragas delle origini, appunto nella prima metà del VI sec. a.C., non doveva essere dissimile da quello lasciato dai coloni geloi nella madrepatria dove, tra fine VII e VI sec. a.C., si erano elevate modeste strutture a destinazione sia sacra che abitativa, in mattoni crudi su basi in pietra, e si praticavano culti anche all’aperto e fuori dalle mura. L’Akragas del tempo di Falaride, pertanto, doveva ancora articolarsi in semplici edifici e lotti di terreni coltivabili, ma già si delineavano gli elementi costitutivi che si sarebbero sviluppati nella fase successiva, quali la destinazione sacra della collina meridionale, ovvero la futura Collina dei Templi (una testina fittile di divinità con poIos e degli xoana, cioè sculture votive in legno, sono stati rinvenuti nell’area dei santuari ctoni e del Tempio di Eracle), i limiti della città sui costoni rocciosi dominanti i valloncelli dei fiumi (lungo l’Hypsas trovano posto le tombe più arcaiche) e la funzione sacra e difensiva dell’Acropoli (sulla Rupe Atenea).
La città bella: ai tempi del fastoso Terone - V Sec. a.C.
Le fonti antiche fanno cenno alla ricchezza della città sotto <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Terone">Terone,</a> e fanno di lui, insieme a <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Gelone">Gelone</a> di Siracusa, l’artefice della guerra dei Greci contro i <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Cartagine">Cartaginesi</a> e il protagonista della vittoriosa battaglia di Himera (Erodoto VII, 166; Diodoro, Xl, 20 sgg; Polieno, 1,28). Nel 476 a.C. Terone vince a Olimpia con la quadriga ed è esaltato da <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Pindaro">Pindaro</a> (Olimpiche Il, III): a differenza di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Toro_di_Falaride">Falaride,</a> viene lodato per il carattere moderato della sua tirannide e per le grandi opere pubbliche (Diodoro, Xl, 25, 3-4; XIII, 82, 5). Quest’ultime si collocano dopo il 480 a.C., anno della vittoria di Himera, con l’utilizzo della manodopera fornita dalle migliaia di prigionieri cartaginesi. Ebbe inizio anche una politica agraria, con piantagioni di vigneti e altre colture (Diodoro XI, 25, 5), che fu origine della prosperità di Akragas nel V sec. a.C. Viene poi costruito un efficiente sistema di condotti, nonché la grandiosa vasca di raccolta delle acque della Colimbetra: «del perimetro di sette stadi e profonda venti braccia; condottivi i rivi d’acqua delle fonti, divenne vivaio dei pesci che servivano per i deliziosi banchetti; molti cigni e altri volatili allietavano la vista. In seguito trascurata, si riempì di terra» (Diodoro, Xl, 25). Una rete di opere sotterranee per l’alimentazione idrica si affianca così al rudimentale sistema dei pozzi utilizzato nel periodo arcaico, ma non si escludono finalità militari (come nel caso di un cunicolo individuato nei pressi di Porta V). Importante è il complesso di canalizzazioni che risale alla Rupe Atenea e sbocca alla fontana di Bonamorone, che doveva servire l’intero settore orientale della città. Qui, nei pressi di Porta I, si articolano impegnativi interventi, sia in relazione a grandiose opere di difesa, come il cosiddetto Baluardo a tenaglia, sia con l’erezione del Tempio di Demetra sulle pendici dell’Acropoli (che oblitera un precedente santuario arcaico, individuato di recente, il cui culto rivela persistenti influenze cretesi). Ma la grande opera di Terone è senz’altro il Tempio di Zeus Olimpio (Polibio IX, 27, 1-9; Diodoro Xlll, 82, 1-4), impressionante per la mole e le soluzioni tecniche, eretto a celebrazione della vittoria di Himera. Nell’Olympieion agrigentino, i giganti puniti a sostenere la trabeazione lungo la pseudoperistasi* del recinto templare e le scene — citate da Diodoro — della presa di Troia (Iliupersis) e di Gigantomachia* sui frontoni si riferivano chiaramente alla battaglia del 480 a.C. Al pari di Gelone a Siracusa, negli anni immediatamente successivi alla battaglia di Himera,Terone deve avere potenziato il culto di Demetra e Core. È possibile che alcuni significativi interventi nel santuario delle divinità ctonie* sulla Collina dei Templi abbiano avuto luogo sotto di lui, e anche l’avvio della costruzione di un grande tempio è ascrivibile a questo tiranno, la cui morte, nel 472 a.C., deve avere interrotto l’opera, che venne ripresa con un impianto nuovo (il cosiddetto Tempio dei Dioscuri) nel successivo periodo democratico. Ancora a Terone va attribuita l’erezione di un tempio dedicato ad Athena (Polieno Vl, 51)— come a Siracusa, Gela e a Himera stessa dopo la vittoria sui Cartaginesi — individuato nel tempio dorico inglobato nella chiesa medievale di S. Maria dei Greci sulla cima del Colle di Girgenti. Polibio (IX, 27, 5) colloca il Tempio di Athena sulla cima dell’Acropoli (Rupe Atenea), citandolo insieme a quello di Zeus Atabyrios, ma è possibile che a partire dal V sec. a.C. l’Acropoli comprendesse anche la collina di Girgenti e che i due templi, accomunati nella citazione polibiana, fossero in realtà distribuiti sulle due suddette sommità (Rupe Atenea e Colle di Girgenti, sul quale si è poi arroccata la città medievale). Il fatto che il Tempio di Athena sia stato innalzato al tempo di Terone testimonia la valorizzazione dell’elemento etnico e culturale rodio perseguita dagli Emmenidi — che vantavano appunto origini a Rodi — in quanto il culto di Athena rinvia alla madrepatria Lindos.
Empedocle e l’epoca della democrazia - V Sec. a.C.
Morto Terone nel 472 a.C. dopo sedici anni di regno, gli Agrigentini, come scrive Diodoro (Xl, 53, 3), «avendo recuperato la democrazia, inviarono messi a Terone e si assicurarono la pace». Più che di una vera democrazia, in senso ateniese (basata sulla sovranità dell’Assemblea popolare e su elezioni per sorteggio), si tratta di un libero regime in generica antitesi alla tirannide precedente, ruotante intorno alla carismatica figura di Empedocle (493-432 a.C. circa), poeta, filosofo e uomo politico, spirito indipendente e altero, per quanto talora contraddittorio. In una situazione sociale inquieta che coinvolge varie categorie — l’aristocrazia formatasi al momento della fondazione, ex mercenari naturalizzati (detti xenoi cioè ‘stranieri’), cittadini espulsi dai tiranni e ora rientrati — l’unica classe stabile è appunto la vecchia aristocrazia terriera che ritorna alla responsabilità della cosa pubblica, così che tale forma di governo non deve essere andata oltre una forma di “democrazia controllata” o di “oligarchia egualitaria” basata sul censo e priva di un’assemblea in senso popolare, con un comportamento cauto e rinunciatario in politica estera. Eppure la città in questo periodo trasmette un’immagine di grandiosità che tanta eco ha lasciato nella tradizione antica. Diogene Laerzio (VIII, 63) attribuisce allo stesso Empedocle una significativa critica da questi rivolta ai suoi concittadini, i quali «vivono nel lusso come se dovessero morire l’indomani, mentre si costruiscono case come se dovessero vivere in eterno». La positiva situazione economica, grazie a un’agricoltura prospera e agli intensi commerci con Cartagine, fa di Agrigento «quasi la più ricca delle città greche» (Diodoro XIII, 90, 3), mentre l’esaltante atmosfera sul piano culturale porta all’erezione, fra il 450 e il 410 a.C., della maggior parte dei templi sulla Collina sacra e fuori di essa, dal tempio “di Giunone” a quello “della Concordia”, a quello “dei Dioscuri”, di Efesto, e probabilmente anche quello di Asklepios; della stessa epoca è la dedica agrigentina di un gruppo bronzeo a Olimpia, opera di Calamide*. Un quadro della situazione urbanistica e monumentale di questo periodo può essere così riassunto: le mura avvolgono l’intera città, seguendone i limiti naturali, con dieci porte distribuite funzionalmente sui vari lati. A ridosso di Porta Il si trova un quartiere abitativo, risalente almeno alla prima metà del V sec. a.C., distrutto dai Cartaginesi e ricostruito nel IV sec. a.C, Ai piedi dell’Acropoli, nella valle adeguatamente terrazzata, tra le pendici della collina della città alta e quelle della Collina dei Templi, si estende il tessuto urbano, organizzato in un regolare impianto di strade nord-sud (plateiai) e di arterie ortogonali est-ovest (stenopoi). In questo sistema una posizione importante occupava il poggetto di S. Nicola, nel cuore della Valle e del tessuto urbano, sulla cui sommità era ubicato un santuario, mentre sul versante nord si trovavano un altro edificio sacro e, con ogni probabilità, il Bouleuterion di età classica (all’epoca di Empedocle esisteva una boulé, ovvero il Consiglio civico). E Agrigento si coprì di templi grandiosi La monumentalizzazione più imponente ha luogo sulla collina meridionale, a ridosso delle mura: iniziando dall’estremità orientale, i templi peripteri* “di Giunone” (circa 450 a.C.) e “della Concordia” (circa 430 aC.); al di là del maestoso Tempio di Zeus, ancora non completato, il settore occidentale della Collina, sede di sacelli, recinti e altari dedicati al culto ctonio sin dalla metà del VI sec. a.C., si arricchisce di due templi peripteri, il Tempio “I”, detto “dei Dioscuri”, e il Tempio ‘L”, dedicati verosimilmente a Demetra e Core. Nello stesso santuario, si apportano modifiche ad alcuni edifici arcaici, come al tempietto tripartito a ridosso di Porta V, che viene ampliato, fra l’altro con una sorta di propylon pilastrato, e richiama un illustre esempio di tempio “a tre facce”, quale l’ateniese Eretteo. Alla fine del V sec. a.C., anche l’estremità occidentale della Collina, al di là del vallone della Colimbetra, si monumentalizza con la costruzione del Tempio di Efesto, che sostituisce il tempietto arcaico. Accompagnano le vicende di Akragas sino alla fine del V sec. a.C. le necropoli: la più estesa, in età arcaica (VI sec. a.C.) e classica (V sec. a.C.), è la Necropoli Pezzino, nei terreni digradanti dal Colle di Girgenti, fuori le Porte VI e VII, verso il vallone dei fiume Hypsas e oltre, in contrada Villaseta. Sempre nel V sec. a.C. la città annoverava dei grossi sobborghi (proastia): Montelusa, sull’altura alla foce dell’Akragas, sede dell’emporion rodio sin dalla fondazione; Villaseta, a cui può riferirsi la necropoli citata; Mosè, alcuni chilometri a est sulla strada per Gela, forse con funzione di cittadella avanzata rispetto alla metropoli.
Invasa da Cartagine - 406 a.C.
Nel 406 a.C. Agrigento, dopo un assedio di otto mesi, venne presa dai Cartaginesi, che «fecero trasportare gli arredi sacri e tutti gli oggetti preziosi a Cartagine» (Diodoro XIII, 91, 96). Le conseguenze furono gravi, per la città e per tutta la Sicilia greca. Il trattato punico-siracusano del 406-405 a.C. sanciva ora che Akragas e le altre città che si erano opposte ai Punici (Selinunte, Himera, Gela e Camarina) rimanessero senza fortificazioni, mentre i Siracusani dovevano sottoporsi al tiranno Dionisio (Diodoro XIII, 114 sgg). I primi decenni del IV sec. a.C. segnarono dunque un periodo difficile per Akragas, anche se l’epicrazia* cartaginese nella Sicilia occidentale non sembra aver comportato un’occupazione stabile delle città sconfitte; d’altra parte il trattato del 374 a.C. tra Cartagine e le città siceliote* (Diodoro XV, 17, 5), stabilendo l’appartenenza al dominio cartaginese di Selinunte e del suo territorio, così come del territorio agrigentino sino al fiume Halykos (oggi Platani), lasciava libera Akragas e le terre orientali nell’ambito dell’epicrazia greca. Per questo il dominio cartaginese ha prodotto tracce significative a Selinunte, mentre ciò non accade per Agrigento, se non in un settore isolato, nel versante orientale dell’Acropoli (Rupe Atenea). Oltre al “quartiere punico”con abitazioni e laboratori artigianali messo in luce nei pressi di Porta II, si potrebbe interpretare in chiave punica l’ultima fase del complesso monumentale del Santuario rupestre, fuori le mura, ai piedi della piattaforma rocciosa su cui insiste il Tempio di Demetra, a strapiombo su un terrazzo aperto verso la valle del fiume Akragas (oggi 5. Biagio): l’edificio costruito dinanzi all’imbocco di due grotte presenta infatti alcuni caratteri che avvicinerebbero questo complesso rupestre alla tipologia dei santuari punici.
Pace e prosperità al tempo di Timoleonte - IV Sec. a.C.
Senz’altro diversa si presenta la situazione nella seconda metà del IV sec. a.C., nei decenni “timoleontei”, dal nome del famoso stratego corinzio, Timoleonte, chiamato alla signoria di Siracusa e autore di una nuova vittoria sui Cartaginesi al fiume Crimiso, a cui seguì il trattato del 339 a.C. che confermava l’Halykos (Platani) come confine tra l’epicrazia punica e quella siracusana (nel cui ambito ricadeva Agrigento) e che comportò per la Sicilia greca, a oriente di tale confine, un’età di pace e benessere. Sempre Timoleonte promuove la rifondazione di alcune città distrutte da Cartagine — ad esempio Morgantina — mentre ad Agrigento nuovi coloni venuti da Elea (di Epiro) si aggiungono alla vecchia popolazione (Plutarco, Timoleonte, 35, 2). La città conobbe, quindi, un fervore di nuove opere. Libera da condizionamenti a seguito del nuovo trattato di pace con i Cartaginesi (Diodoro XVI, 82, 3), Akragas innalza di nuovo le mura: le ricerche hanno individuato tratti ricostruiti sulle fondazioni delle demolite fortificazioni di VI-V sec. a.C. con l’aggiunta di opere difensive quali torrioni, contrafforti, muri di sbarramento e propugnacoli avanzati. La Rupe Atenea si configura sempre più come settore di attività artigianale con l’istallazione di un impianto per l’estrazione dell’olio. Il tessuto urbano viene ricostruito sul precedente schema “ippodameo” (una griglia ortogonale di strade e isolati), lo stesso che verrà mantenuto, rinnovato nelle strutture abitative, in età ellenistica e romana. Intanto, sulla Collina sacra si restaurano i templi danneggiati; l’area del santuario ctonio a ridosso di Porta V viene risistemata, livellando il tempietto “a tre facce”, evidentemente distrutto dagli assalti cartaginesi del 406 a.C. Una nuova area sacra sorge in una zona adiacente al Tempio di Zeus, dove viene costruito un sacello con un cortile cosparso di thysiai e bothroi, cioè are e pozzi sacrificali. Un’opera grandiosa di questo periodo, sia pure in continuità di culto con un precedente tempio di V sec. a.C. , è il santuario di Asklepios fuori le mura, a sud, nella piana di S. Gregorio, con il tempio, l’altare, pozzi e cisterne, porticati e ambienti per accogliere devoti e ammalati. Alla stessa epoca (seconda metà IV sec. a.C.) si datano gli edifici pubblici civili scoperti negli ultimi decenni sul poggetto di S. Nicola che, al centro della Valle e della città antica, afferma la sua funzione di cerniera vitale nel tessuto urbanistico. A sud si apre I’Ekklesiasterion, con l’ampia cavea (poteva accogliere tremila persone) per le assemblee popolari.
Non più Akragas ma Agrigentum - 210 a.C.
Con la conquista romana del 210 a.C. Akragas scompare come entità politica, ma gode, in cambio, di una pace duratura e di una forte ripresa economica. All’inizio del II sec. a.C. Roma dedusse ad Agrigento una colonia di ripopolamento, determinando la formazione di due classi di cittadini, i “vecchi” e i “nuovi” (per legge nel Senato il numero dei “nuovi” non doveva superare gli altri). Nell’amministrazione della Sicilia, divenuta la prima provincia di Roma, Agrigento figura tra le civitates decumanae, cioè tra le città soggette al tributo della “decima (parte)” su ogni prodotto della campagna. Risulta anche che ad Agrigentum «molti cittadini romani, valenti e onesti uomini, vivevano ed esercitavano il commercio in stretta amicizia con i cittadini del posto» (Cicerone, Verrine IV, 93). È certo che sino a fine II - inizi I sec. a.C. sussistevano magistrature cittadine di tipo greco, come l’Assemblea popolare (ekklesia) e il Consiglio civico (boulé): sono questi gli organi che votarono il decreto (aliasma) — documentato in una tavola bronzea iscritta, al Museo archeologico di Napoli — con il quale veniva deliberato il titolo onorifico dell’ospitalità di Stato (proxenia) al cittadino siracusano Demetrio figlio di Diodato. Si aggiungono poi ulteriori documenti dagli scavi degli ultimi decenni, che hanno accertato un uso dell’Ekklesiasterion sino a fine II - inizi I sec. a.C. e del Bouleuterion anche oltre, con la trasformazione di quest’ultimo, solo in età imperiale, in Odeion (piccolo teatro per le audizioni musicali). Agli inizi del I sec. a.C. la cavea dell’Ekklesiasterion venne abbandonata, la gradinata livellata e sul nuovo terrazzo sorse un tempietto, il cosiddetto Oratorio di Falaride.
Primo Cristianesimo - fine III Sec. d.C.
Durante il IV secolo d.C. nel tessuto sociale agrigentino si radica il cristianesimo. Ai margini della città, nel vallone del fiume Akragas - San Biagio, sorge, originariamente come martyrium, cioè luogo di culto legato alla memoria di un martire (forse san Libertino), la prima basilica paleocristiana, architettonicamente vicina alla tradizione dei mausolei pagani dei secoli precedenti. Il sito di un’altra basilica è stato individuato in un’area in precedenza occupata dall’abitato e da monumenti pubblici, qualche centinaio di metri a nord del Tempio della Concordia, grazie al ritrovamento di alcuni elementi architettonici e decorativi, tra cui un pluteo marmoreo decorato da scena simbolica a rilievo con due cerbiatti, un leone e una leonessa allattante, disposti ai lati di una palma-albero della vita (datato da alcuni studiosi, come E. De Miro, al VI secolo, da altri, come R. M. Carra, all’VIII-IX). Una terza basilica cimiteriale nasce alla fine del VI secolo dalla trasformazione del Tempio della Concordia, a opera del vescovo Gregorio, che dedicò la nuova chiesa ai santi Pietro e Paolo. Correlata a questa grande basilica si estendeva la necropoli, immediatamente all’interno della cinta muraria, tra il tempio di Giunone e quello di Eracle, che si componeva di un vasto cimitero sub divo (a cielo aperto) con tombe a fossa e in sarcofagi in pietra (III-prima metà VI sec.), di un’ampia catacomba comunitaria (IV-V sec.), di vari ipogei destinati a nuclei familiari e di una serie di arcosoli* ricavati nello spessore del costone roccioso che aveva fatto da basamento alle fortificazioni dell’ormai lontana età greca. Nell’825 Agrigento cadde in mano degli Arabi: l’abitato era ormai arroccato sul colle di Girgenti (una delle due alture dov’era l’antica Acropoli e dove ancora si estende la città attuale), mentre ai piedi, nel sito del centro antico, rimasero solo alcune officine di vasai e produttori di laterizi. Girgenti è anche il nome medievale della città (dall’arabo Crgnt, o Karkint), che solo nel 1927 è stato cambiato nell’attuale, derivante da quello antico imposto dai Romani.
In visita al Museo Archeologico
Il Museo regionale di Agrigento è ubicato al centro della zona archeologica, sullo storico Poggio di S. Nicola, e incorpora nel suo complesso funzionale elementi del monastero trecentesco fondato sul posto.<br> Sul lato ovest, a ridosso della parete dello stesso Museo è collocato un sedile proveniente dall’area del Ginnasio, con iscrizione dedicatoria ad Eracle ed Ermes.<br><b> Dopo la SALETTA INTRODUTTIVA (con carta archeologica e planimetria del percorso di visita)</b>, si passa alla<br><b>SALA II.</b><br> Le prime cinque vetrine espongono materiali relativi all’ambiente indigeno precedente la fondazione di Akragas: oltre a materiali ceramici dal Neolitico alla età del Bronzo e del Ferro, si segnalano armi e strumenti in bronzo dal villaggio costiero di Cannatello, nonché un’anforetta micenea, forse proveniente dalla necropoli dello stesso villaggio che ha restituito altra ceramica miceneo - cipriota del XIII sec. a.C., a testimonianza dei rapporti intercorsi con il mondo Egeo molti secoli prima della colonizzazione greca. Seguono altre due vetrine che documentano il percorso dei greci di Gela, tra VII e VI sec. a.C., per arrivare alla fondazione di Akragas nel 581 a.C. Notevole il dinos* di fabbrica geloa (fine VII sec. a.C.) con rappresentazione della Triskeles (Trinacria).<br><b> La SALA III</b> contiene le collezioni dei vasi greci attici, italioti e sicelioti, confluiti nel Museo Regionale dal precedente Museo Civico, da una collezione (Barone Giudice) acquistata dalla Regione Siciliana e da rinvenimenti più recenti nell’area delle necropoli agrigentine, da dove provengono, del resto, tutti i reperti vascolari esposti nella sala. Si segnalano: (vetrina 17) grande anfora a figure nere con divinità su quadriga e triade apollinea (pittore di Dikaios - VI sec. a.C.); (vetrina 19) cratere a figure rosse con deposizione di guerriero, scena ispirata alla morte di Patroclo (Pittore di Kleophrades inizi V sec. a.C.); (vetrina 27) cratere a fondo bianco e decorazione policroma con Perseo e Andromeda (Pittore della Phiale - 430 a.C.) e cratere a figure rosse con scena di sacrificio ad Apollo (Pittore di Kleophon - 430 a.C.); (vetrina 35) grande piatto apulo con biga condotta da Erote alato (Pittore del Gruppo di Elios - IV sec. a.C.). Nel passaggio alla sala successiva: eccellente scultura marmorea greca, forse da decorazione templare, rappresentante un guerriero (primi decenni V sec. a.C.).<br><b>La SALA IV</b> contiene esemplari di scultura architettonica, in particolare grondaie a testa leonina (dai templi di Eracle, Zeus, Demetra e Asclepio).<br><b> Nella SALA V</b> sono esposti i materiali provenienti dai santuari: dalle terrecotte figurate dai santuari ctonì al santuario rupestre di S. Biagio, al santuario indigeno di S. Anna, quindi reperti dall’area a nord del Tempio di Eracle e da quella a sud del Tempio di Zeus; infine il materiale dal santuario ellenistico-romano in contrada S. Nicola. Si segnalano: (vetrine 42-44) maschere fittili, statuette di divinità sedute e di offerenti; (vetrina 50) notevoli esemplari delle statuette di Athena Lindia; (vetrine 50-51) due pregevoli teste femminili degli inizi del V sec. a.C.: una testa di Athena elmata e una testa di Kore.<br><b> La SALA VI</b> (livello inferiore) è riservata al Tempio di Zeus Olimpio: pannelli e plastici illustrano i complessi problemi di questo monumento. Al centro della parete di fondo è la gigantesca figura del Telamone, così come ricomposto nel 1825 da Raffaello Politi sulla platea del tempio e da qui trasferito, ricollocato nell’originaria posizione verticale. Nella galleria nord, tre teste di altri Telamoni superstiti della serie che ornava la parete esterna del tempio.<br><b> La SALA VII</b> (sempre al livello inferiore) è destinata all’abitato di Agrigento greca e romana. Si segnalano gli emblemata musivi policromi con figure di animali, tra cui quello della gazzella che si rispecchia alla pozza di una sorgente. Ritornando al livello superiore, si conclude il percorso della galleria dei santuari e si accede alla SALETTA V bis delle sculture, tra cui eccelle la statua marmorea di kouros nota come l’Efebo di Agrigento (primi decenni V sec. a.C.), forse la figura di un giovane atleta. Attraverso una <b>galleria di passaggio</b>, prospiciente l’area monumentale del Bouleuterion (che illustra gli edifici pubblici civili messi in luce nei recenti scavi) si perviene alla<br><b> SALA XI</b>, dedicata ai reperti provenienti dagli scavi sistematici condotti dalla Soprintendenza nell’area delle necropoli greche di Agrigento (Montelusa, Pezzino, Villaseta, Sottogas e Mosè). Si segnalano due anfore di tipo nolano a figure rosse, rispettivamente con Poseidon ed Eroti alati (470-460 a.C.) dalla Necropoli Pezzino, e il superbo cratere in bronzo (ultimi decenni V sec. a.C.) dalla Necropoli Mosè. Sono esposti anche sarcofagi marmorei di età greca, tra cui quello monumentale monolitico con fregio dorico da Montelusa e quello con coperchio a spioventi, con bordi e acroteri angolari dipinti con fregio policromo, da contrada Mosè. L’esposizione dei sarcofagi si conclude con esemplari romani, tra cui spicca quello prezioso di fanciullo, proveniente da un mausoleo di età adrianeo-antonina (II sec. d.C.) della necropoli a sud della Collina dei Templi: il figlio morto è pianto dai genitori che rammentano scene di vita quotidiana rappresentate ai lati, mentre sulle pareti minori sono narrati l’inizio e la fine della vita del ragazzo (il primo bagno e la sua dipartita su un carro dionisiaco trainato da ariete).<br> <b>La sala delle necropoli</b> conclude l’esposizione relativa alla prima sezione del Museo dedicata alla città greca e romana. L’itinerario di visita può prevedere anche la seconda sezione del Museo, dedicata al territorio di pertinenza culturale di Akragas: a partire dalle testimonianze delle preesistenti culture indigene preistoriche e protostoriche sino alla fase di ellenizzazione e occupazione a opera dell’espansione agrigentina che, in varie epoche, interessò un’area estesa dal fiume Salso (antico Himera) al Platani (antico Halykos), raggiungendo anche il territorio selinuntino sino al Belice, come testimoniano, rispettivamente, i siti di Eknomos-Finziade (Licata), Eraclea Minoa e Adranon (Sambuca di Sicilia).
Goethe e Girgenti
In compagnia del suo disegnatore. Johann Wolfgang Goethe visita l’Italia tra il 1786 e il 1788 e a Roma, nei corso del viaggio (che pubblicherà trent’anni dopo in Italienische Reise), decide di visitare la Sicilia. Ad Agrigento soggiorna solo daI 23 al 27 aprile 1787, ma in questi pochi giorni il diario del suo Reise è denso. Vi sentiamo l’ansia di raccogliere quante più immagini possibili, di fissare impressioni, emozioni. E soddisfatto di essersi assicurato il disegnatore Kniep, con cui può scegliere gli aspetti che più lo colpiscono, da portare con sé per sempre. Organizza le sue giornate con preliminari ricognizioni, ad ampio raggio, appuntando veri e propri flashes, che rimandano alle matite di Kniep l’impegno dello completa rappresentazione. Ritorna poi sugli stessi luoghi e, mentre il compagno disegna, egli si sofferma su altri aspetti che lo interessano, la natura, le rocce, soprattutto le colture e le specie arboree: «Il lino è già maturo. Le superbe foglie dell’acanto si sono aperte. La salsola fruticosa cresce abbondante...». Talora insiste con qualche nota aggiuntiva su luoghi visti nei giorni precedenti. Quasi in chiusura del suo diario, ecco quindi gli appunti sul vaso attico allora conservato in Cattedrale, di cui descrive la raffigurazione con un gusto drammatico non privo di umorismo: «Ancora qualche parola sul vaso del Duomo. Rappresenta un guerriero armato di tutto punto, che sembra essersi presentato or ora a un vecchio seduto, del quale corona e scettro attestano la regalità, poi un altro vecchio che sembra avere introdotto il guerriero e dire alla guardia: “Fatelo parlare al re, è un brav’uomo”». L’emozione dei templi. Quanto ai monumenti, Goethe li considera sia in relazione allo stato del loro degrado, sia come testimonianza unica di una civiltà eccelsa. Avendo notato la corrosione del Tempio di Giunone, preferisce non soffermarsi sui dettagli: ci penserà, al solito, la perizia di Kniep; cerco piuttosto di inquadrare il monumento nel complesso della collina sacra, le mura e l’acropoli: «Nessuna meraviglia, dunque, che le tre zone della città — quella bassa, quella sul declivio e quella alta — viste tutte insieme dal mare presentassero uno spettacolo imponente»; e la vista del mare, di virgiliana memoria, lo indurrà a uno visita sul posto nei giorni successivi. Del Tempio dello Concordia sottolinea l’eleganza dell’architettura, che rispecchia esemplarmente i canoni della bellezza classica secondo l’estetica winckelmanniana; ma rileva anche la discutibilità, sotto il profilo estetico, dei restauri effettuati con «mancanza di gusto». Del Tempio di Eracle lo colpiscono le rovine nell’immutata posizione di crollo in cui si trovavano (prima dell’anastilosi degli inizi del XX secolo): «Kniep temperava già col pensiero i suoi lapis per ritrarre fedelmente l’eccezionale fenomeno». Un altro punto di vista che lo affascina è quello della cosiddetta Tomba di Terone come «primo piano di una magnifica prospettiva» della Collina dei Templi. E non gli sfuggono annotazioni su aspetti “pittoreschi” di monumenti inglobati in strutture rurali e inseriti nell’ambiente agreste: «Il tempio di Esculapio, ombreggiato da un bellissimo carrubo e pressoché murato entro una casa contadina, offre un grazioso quadretto». Lontane nubi africane e maltesi. Le dense pagine del diario agrigentino sono come incastonate, all’inizio e alla fine, tra due brani di grande lirismo: il commosso, estatico approccio con lo stupendo panorama della Valle, trasparente, vivida di colori nell’alba primaverile, e il congedo, con la passeggiata alla marina, in un’atmosfera di sogno, lo sguardo perso in lontananze sfumate al limite dell’infinito. «Una primavera splendida come quella che ci ha sorriso stamane al levar del sole, certo non ci è stata mai concessa nella nostra vita mortale. Sull’alto spianato dell’antica rocca, giace Girgenti moderna []. Dalle nostre finestre abbiamo contemplato in lungo e in largo il lieve declivio della città antica, tutto rivestito di orti e vigneti, sotto la cui verzura non si supporrebbe nemmeno la traccia dei quartieri urbani un tempo così vasti e popolosi. Il tempio della Concordia si vede appena spuntare all’estremità meridionale di questo piana tutta verde e tutta fiori; a oriente i poveri ruderi del tempio di Giunone; le rovine degli altri edifici sacri, tutti sulla stessa linea retta dei precedenti, non si percepiscono dall’occhio di chi sta in alto, che corre più verso sud, lungo la costa». E per finire: «Abbiamo fatto una passeggiata fino al mare, da dove, come affermano gli antichi, la veduta di Girgenti era un tempo bellissima. Lo sguardo fu attirato dalla liquida immensità, e il mio compagno mi fece osservare verso sud una lunga striscia di nubi che sembrava adagiata sulla linea dell’orizzonte come una cresta montuosa; era, mi disse, il preannunzio della costa africana. Intanto mi colpì un altro strano fenomeno: un sottile arco di nuvole leggere poggiava con un piede sulla Sicilia e si inarcava alto nell’azzurro del cielo, che per il resto era perfettamente puro, mentre con l’estremità sud sembrava posarsi sul mare; colorato dai bei raggi del sole al tramonto, si moveva pian piano, con un effetto strano e affascinante. L’arco indicava, come mi assicurarono, la precisa direzione di Malta; era anzi probabile che con l’altro piede poggiasse su quell’isola, secondo un fenomeno che talvolta si verificava. Sarebbe straordinario che si manifestasse in tal modo nell’atmosfera la reciproca forza di attrazione delle due isole».
GLOSSARIO
• Arcosòli. Sepoltura incassata nella parete e sormontata da una nicchia. Dal lat. arcus, ‘arco’, e solium, ‘arca sepolcrale’. • Calamide. Scultore bronzista di Mileto, attivo ad Argo tra il 480 e il 450 a.C. , uno degli artisti più rappresentativi del periodo aureo dell’arte greca. • Cocalo. Re mitico dei Sicani, nella Sicilia sud occidentale. Per lui Dedalo costruì Camico (probabilmente l’attuale Sant’Angelo Muxaro . Ag), dove morì Minosse. • Compluvium. Apertura nel tetto, in corrispondenza di una vasca (impluvium), per la raccolta dell’acqua piovana. • Coroplasta. Modellatore di oggetti e statue di terracotta. Dal gr. khàrci, ‘terra’, e pléstes, ‘plasmatore’. • Ctonio. Sotterraneo; secondo la mitologia greca appartenente alle profondità terrestri, all’abisso. • Demetra e Core. Demetra è la dea della terra coltivata e delle messi, identificata a Roma con la divinità agricola Cerere. Dalla sua unione con Zeus nacque Core/Persefone. Il mito e il culto di Demetra sono strettamente legati a quelli della figlia Core; le due dee, protagoniste dei Misteri Eleusini, sono infatti note come “la coppia divina”. Secondo il mito, la giovane Core raccoglieva fiori insieme alle Oceanine quando venne rapita da Ade (Plutone per i Latini), signore degli inferi, che la trascinò con sé nell’oltretomba. • Dinos. Vaso di notevoli dimensioni (a ventre rialzato e fondo convesso, privo di piede), spesso destinato a uso rituale. In greco deinos. • Diogene Laerzio. Scrittore greco di cui sono incerti il nome, l’origine (forse di Loerte, in Cilicio) e l’epoca (probabilmente metà III sec. dc.). Ci è pervenuta una raccolta delle vite di filosofi illustri. • Ecista. Titolo attribuito dai Greci al fondatore (oikistés) di uno città odi una colonia. Per le città dello Grecia era in genere un personaggio mitico cui si attribuiva un culto locale; nel periodo dello colonizzazione fu invece spesso un personaggio reale appartenente a uno famiglia importante della madrepatria, anch’egli fatto poi oggetto di culto eroico. • Emmenidi. Antica famiglia di Agrigento (Vl-V sec. a.C.), secondo 1o tradizione proveniente da Rodi. Raggiunse l’apice della potenza con Terone agli inizi del V sec. a.C. • Emporio. Scalo commerciale; luogo di commercio marittimo e fluviale; insediamento portuale, In greco: emporion; in latino: emporium. • Epicrazia. Signoria, dominio giurisdizionale. • Gigantomachia. Combattimento mitico tra gli dèi e i Giganti, figli di Gea, che tentano di scalare l’Olimpo. • In antis. Con muri laterali prolungati ad anta, tra cui possono essere collocate delle colonne. • Opera isodoma. Muratura costruita con blocchi di un unico modulo regolarmente ordinati con la faccia maggiore a vista (“per taglio”) in corsi fra loro uguali e con la linea dei giunti che cade pressoché al centro del blocco del filare sottostante. • Opus signinum. È il cocciopesto: rivestimento realizzato con malta e frammenti ceramici pressati insieme. • Opus tessellatum. Pavimento con quadratini o dadi (tesserae) in pietra e altri materiali (vitrei, fittili ecc.), di dimensioni uguali nell’ambito della stessa superficie, disposti a formare un disegno. • Periptero. Tempio circondato da colonne su tutti i lati. • Polieno. Retore e avvocato originario della Macedonia, vissuto a Roma al tempo di Marco Aurelio e Lucio Vero, ai quali, nell’imminenza della guerra contro i Parti (162 d.C.), dedicò una raccolta di 900 stratogemmi (Strateghémata) in otto libri, giuntaci quasi integra. • Polos. Termine greco (acconciatura, corona) con cui viene indicato il copricapo cilindrico portato da divinità come Athena Lindia e Demetra. • Pseudoperistasi. Falso colonnato o, meglio, recinzione (di un tempio) a muro pieno da cui fuoriescono semicolonne o pilastri. • Sicani. Popolazione indigena della Sicilia occidentale (l’isola è chiamata Sicania da Omero). Furono ellenizzati dai coloni greci, tanto da perdere la loro identità etnica intorno al IV sec. a.C. • Sicelioti. Così i Greci della madrepatria chiamavano i connazionali trosferitisi nelle colonie di Sicilia a partire dall’Vili sec. a.C. • Sostruzione. Struttura a sostegno o contenimento di un edificio soprastante.