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Fondata da coloni di Gela insieme ai Rodi - VI Sec. a.C.
Tucidide, storico ateniese che scrive nella seconda metà del V sec. a.C., ci informa (Storie Vi, 4, 4 ) che «circa cento otto anni dopo la fondazione della loro città i Geloi fondarono Akragas, denominando la città dal fiume; furono scelti come ecisti Aristonoo e Pistilo e alla colonia vennero date le istituzioni che erano proprie di Gela. La presenza di due ecisti può spiegarsi con il fatto che uno di essi fosse originario di Gela (colonia rodio-cretese) e l’altro venuto direttamente da Rodi. Questa duplicità di componenti etniche è sostanzialmente confermata dalle fonti che, accanto alla versione di Tucidide, tramandano quella di un altro storico greco, Timeo (circa 356-260 a.C.), secondo cui i coloni rodi fondatori di Akragas provenivano direttamente da Rodi, e tra essi gli Emmenidi, antenati di Terone.
Polibio, vissuto nel II sec. a.C, attribuisce alla città una fondazione decisamente rodia (Storie IX, 27, 7) e attesta in Agrigento il culto di Zeus Atabyrios (dal nome del monte rodio, sede del tempio di Zeus). Si può dunque pensare che nella fondazione di Akragas concorrano due interessi precisi, legati ad altrettante componenti etniche, l’una geloa, mirante all’espansione del territorio d’influenza di Gela (peraltro chiuso, a est, dalla fondazione siracusana di Camarina), l’altra direttamente rodia, preoccupata di assicurarsi appoggi lungo la costa meridionale della Sicilia in direzione dei mercati occidentali.
A illuminare in qualche misura la complessa situazione della fondazione di Agrigento concorrono gli scavi condotti negli anni Quaranta dall’allora soprintendente Pietro Griffo nella necropoli scoperta sulla modesta altura di Montelusa, alla foce del fiume Akragas, i cui materiali (ceramica mesocorinzia e piatti rodi), alla luce delle più recenti interpretazioni, testimoniano un insediamento portuale che negli anni 582-575 a.C. si era attestato sul litorale akragantino a controllo degli interessi rodi lungo la costa mediterranea, contemporaneo alla città già presente sulla collina, come documentano alcune sepolture arcaiche (VI sec. a.C.) della necropoli Pezzino, nei pressi della stessa cinta urbana di Agrigento. In questo senso si può spiegare la diretta collaborazione rodia al processo espansionistico di Gela lungo la costa nella sua “marcia” verso occidente, attraverso le tappe di Eknomos (Licata) e Daidalon (Palma Montechiaro), e sfociato nella fondazione di Akragas.
Il luogo, come si evince anche da un noto passo di Polibio (lX, 27, 1-9), si presentava ideale per una città: una piattaforma calcarenitica digradante da nord a sud in direzione del mare, abbracciata dal corso di due fiumi (l’Akragas e l’Hypsas) confluenti a meridione, delimitata da alti costoni rocciosi che la profilano e la evidenziano nel territorio circostante, formato, questo, da ampi declivi e da una piana verso la costa, con notevole disponibilità, anche all’interno, di spazi per l’agricoltura. Più difficile è delineare un quadro della situazione urbanistica e monumentale della nuova colonia greca nella prima metà del VI sec. a.C., vale a dire nei decenni successivi alla fondazione e nel periodo della tirannide di Falaride (circa 570 – 554 a.C.).
La tradizione letteraria ricorda sull’Acropoli la costruzione di un tempio di Zeus Polieus (protettore della città) intorno a cui Falaride avrebbe fatto costruire un muro per impedire i continui furti di materiali edilizi dal cantiere, come racconta Polieno (V, 1, 1), ma di cui non si è trovata traccia. Lo storico Polibio, nel passo citato, indica sull’Acropoli, localizzata a oriente, l’esistenza dei templi di Athena e di Zeus Atabyrios, culto quest’ultimo di origine rodia, e ciò confermerebbe la presenza di una componente di coloni sopraggiunta direttamente dall’isola egea a rafforzare le caratteristiche culturali ed etniche rodie, cui si collega la stessa tradizione dell’origine della famiglia degli Emmenidi. Il paesaggio urbano della Akragas delle origini, appunto nella prima metà del VI sec. a.C., non doveva essere dissimile da quello lasciato dai coloni geloi nella madrepatria dove, tra fine VII e VI sec. a.C., si erano elevate modeste strutture a destinazione sia sacra che abitativa, in mattoni crudi su basi in pietra, e si praticavano culti anche all’aperto e fuori dalle mura. L’Akragas del tempo di Falaride, pertanto, doveva ancora articolarsi in semplici edifici e lotti di terreni coltivabili, ma già si delineavano gli elementi costitutivi che si sarebbero sviluppati nella fase successiva, quali la destinazione sacra della collina meridionale, ovvero la futura Collina dei Templi (una testina fittile di divinità con poIos e degli xoana, cioè sculture votive in legno, sono stati rinvenuti nell’area dei santuari ctoni e del Tempio di Eracle), i limiti della città sui costoni rocciosi dominanti i valloncelli dei fiumi (lungo l’Hypsas trovano posto le tombe più arcaiche) e la funzione sacra e difensiva dell’Acropoli (sulla Rupe Atenea).
Primi monumenti di Agrigento arcaica
La documentazione archeologica di Agrigento in età arcaica si infittisce a partire dalla metà del VI sec. a.C., concentrata nel settore occidentale della Collina dei Templi, sacra, come abbiamo visto, fin dall’inizio. In quest’area nel corso del secolo scorso è stato riportato in luce un complesso monumentale unitario, ovvero un grande santuario dedicato alle divinità della terra Demetra e Core. Nessuna struttura di insediamenti indigeni protostorici è stata rintracciata sulla collina: i pochi frammenti di ceramica indigena precedente la fondazione della colonia sono documentati nello strato di terra scura suggellato dal piano battuto di età greca. È probabile che all’arrivo dei coloni la popolazione indigena si fosse già trasferita fuori del futuro spazio urbano, sulla prospiciente collinetta di Sant’Anna, dove un santuario rurale di antica tradizione presenta, ancora alla fine del VI sec. a.C. e oltre, caratteri indigeni nella ceramica impressa e nell’uso di bronzi premonetali (cioè lingotti indigeni e frammenti di oggetti, anche greci, fuori uso), utilizzaii negli scambi commerciali prima della diffusione del sistema monetale introdotto dai Greci. Sarebbe interessante sapere se questa Agrigento arcaica, già delineata nei suoi elementi costitutivi, abbia avuto fin dal principio le mura di difesa.
Dal citato passo di Polieno si ricavano elementi per ipotizzare una fortificazione dell’acropoli sotto il governo di Falaride. Non v’è dubbio che il perimetro delle mura, fedele ai limiti naturali del sito, risalga al VI sec. a.C., probabilmente già alla prima metà, anche se l’impianto fortificato venne sviluppato e perfezionato nella seconda parte del secolo e oltre. Sappiamo, invece, che quasi per tutto il corso del VI sec. a.C. non si verifica la costruzione di un grande tempio in antis oppure periptero*, come invece avviene nella madrepatria geloa e nella vicina Selinunte. Certo è che Akragas si innova in senso monumentale e organizzativo verso la fine del VI sec. a.C., quando si dota di un piano regolare di grandi strade (plateiai odoi) incrociate da vie minori (stenopoi) e si determinano arterie di primaria importanza, come la plateia est-ovest che collega la Porta Il sul lato orientale della città con la Porta V, marginando a nord la collina sacra, dove nello stesso periodo si costruisce il primo grande tempio periptero, quello dedicato a Eracle. Anche il settore occidentale della collina, sede della più arcaica frequentazione a fini di culto, è oggetto di una sistemazione monumentale: il grande piazzale a est di Porta V viene delimitato da una Stoà (portico) a L; al tempo stesso gli edifici rispettano l’orientamento del reticolo viario, così come anche in seguito, nel 480 a.C., lo stesso maestoso Tempio di Zeus.
La zona centrale dell’area urbana — che in età ellenistica (IV-III sec. a.C.) farà da cerniera tra l’abitato e gli edifici pubblici civili — riceve, sempre alla fine del VI sec. a.C., una sistemazione terrazzata con portici e già in quell’epoca vi si doveva tenere l’Assemblea, nel punto in cui sarebbe sorto poi il Bouleuterion ellenistico. Quanto alle componenti etniche e culturali della prima Akragas, si può attribuire alla vivacità mercantile dei Rodi, con il loro emporion* alla foce del fiume, l’impulso al sorgere della città organizzata; mentre l’elemento cretese, che pure è presente nella tradizione delle origini akragantine, può avere avuto un ruolo nel periodo della tirannide falaridea: le fonti riferiscono che Falaride offrì all’Athena Lindia (venerata a Lindos, sull’isola di Rodi) un cratere opera del cretese Dedalo in cui erano rappresentati tipici miti cretesi, con un richiamo alla tradizione sicana* di re Cocalo, * con il quale lo stesso Falaride avrebbe intrattenuto buoni rapporti. D’altra parte, tra i temenoi (recinti sacri) del santuario ctonio sulla Collina dei Templi, ve n’è uno con richiami riconducibili, in particolare nello schema pIanimetrico, al tempio protoarcaico di Gortyna, città dell’isola di Creta. Dopo Falaride, soprattutto negli ultimi decenni del VI sec. A. C., l’elemento rodio torna ad avere il sopravvento, tant’è che compaiono le prime monete akragantine con la rappresentazione del granchio (presente anche in tipi monetali rodi). Ed è il periodo in cui gli Akragantini costruiscono il primo grande tempio dedicato a Eracle, il cui mito è di primaria importanza nella tradizione rodia, lo stesso periodo in cui è particolarmente diffuso ad Akragas il culto di Athena Lindia. Secondo alcune fonti il tiranno Falaride fu abbattuto da Telemaco o Eumene, rispettivamente bisavolo e avo di Terone, cui si attribuiscono origini rodie, ed è quindi in senso filorodiese e antifalarideo che si caratterizza la propaganda degli Emmenidi, di Terone in particolare.
Falaride
Primo tiranno di Agrigento. Sembra che abbia regnato per sedici anni, daI 570 aI 554 a.C. In questo periodo Akragas conosce una politica di potenza: la nuova colonia inizia un processo di espansione territoriale o ovest sino al Fiume Halykos (oggi Platani), o est sino al fiume Himera (oggi Salso) e verso l’interno, conquistando la Ouessa (insediamento non identificato) del re sicano Teute. Secondo una tradizione la signoria di Falaride si sarebbe estesa sino a Leontinoi (uno delle più antiche colonie greche in Sicilia, fondata nel 729 a.C., attuale Lentini, in provincia di Siracusa). Più credibile rimane il tentativo fallito, di impossessarsi di Himera, sulla costa settentrionale dell’isola, allo scopo di assicurare od Akragas uno sbocco al Tirreno. AI potere con un bagno di sangue. La crudeltà di Falaride ricorre nella tradizione antica, con attendibilità discussa. Si inizia con il sogno premonitore della madre: uno degli idoletti domestici consacrati da Falaride stesso versò sangue dalla patera che teneva in mano, e toccando terra il sangue divampò e riempì la casa di fiamme. Sempre secondo la tradizione Falaride si sarebbe impadronito del potere durante lo svolgimento delle Tesmofòrie (le feste in onore della dea Demetra), armando gli operai del cantiere dell’acropoli e ordinando un assalto spietato contro la città e la sua gente.

La spaventosa leggenda del toro. Da un fonditore ateniese, Perillo, il tiranno Falaride fece realizzare un toro di bronzo cavo all’interno, per potervi gettare le persone che voleva far morire: sotto si accendeva il fuoco e le vittime arrostivano. Il congegno era così crudele che le grida dei disgraziati risuonavano come un ruggito. Per somma cattiveria, come premio per l’ingegnosa invenzione, Falaride volle che il primo a sperimentare il funzionamento del toro ardente fosse il suo stesso artefice, il povero Perillo... La “bestia” sarebbe stata collocata nella fortezza falaridea, che poi ebbe il nome di Ecnomas; nel sito dell’attuale Licata. La tradizione si accanisce a tal punto sul tiranno agrigentino da descriverlo addirittura cannibale, divoratore di lattanti. Attendibile può essere, invece, la crudeltà di Falaride nei confronti dei nemici esterni, come riferiscono Plutarco e Polieno.
 

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